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Referendum Costituzionale, le ragioni del NO degli esponenti marchigiani

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ANCONA 7 OTT. Le ragioni dei sostenitori del NO per il Referendum Costituzionale in programma nella giornata del 4 dicembre.

“In questi anni non sono mai mancate occasioni per rileggere ed approfondire la Costituzione. Nella prima parte, fondamentale, ma anche nella seconda, anche attraverso l’attività di amministratori della cosa pubblica. Attraverso questo umile, faticoso ma gratificante percorso, di cittadinanza, amministrativo e poi politico, ci si è formati, imparando ad amare ancora di più la Memoria e le Radici come valori unici, indivisibili, preziosi, e comprendendo come ogni variazione sostanziale, anche nella sua seconda parte, dovesse essere un “corpo unico” con la prima, nel suo sentire e nella sua condivisione più larga possibile con il Parlamento e con il Paese, nella sua attuale complessità.

Non ci sembra che la riforma sulla quale ci accingiamo ad esprimere il nostro giudizio sia in linea con tutto quello appena descritto. Nel “freddo” dei suoi articoli, che alterano ed oggettivamente complicano, il funzionamento legislativo e l’equilibrio dei poteri; ma soprattutto nel “caldo” del sentire la Costituzione, così scaturita nei cambiamenti dati, come la Carta della Repubblica, il suo Manifesto, fondativo e di funzionamento.

 

Risulta inutile quindi, per quanto ci riguarda, soffermarsi sui numerosi (decine) di motivi per cui respingere questa “riforma”, dove il Senato viene di fatto mantenuto, svilendolo nelle sue funzioni e mantenendone in sostanza inalterati struttura e costi, e le Regioni private di gran parte delle loro funzioni e poteri legislativi, divenendo semplici gestori di servizi. Ci permettiamo però di sottolinearne uno, politico nel merito. Questa “riforma” è stata avviata in modo unilaterale dal potere che non ne aveva, e non ne ha, le competenze e la legittimità: quello esecutivo.

 

Ricordiamo bene il discorso di insediamento pronunciato dal Presidente Napolitano alle Camere riunite al termine di quel lungo e travagliato percorso che ha portato alla sua rielezione; ma altrettanto bene ricordiamo la sentenza della Corte costituzionale (n° 1/2014) che nel giudicare non conforme ai principi costituzionali la legge elettorale con la quale era stato eletto quel Parlamento evidenziava che “il legame tra corpo elettorale ed eletto si è alterato profondamente” e che un Parlamento così slegato dai cittadini avrebbe potuto rimanere in carica solo in virtù del principio della “continuità dello Stato”, non possedendo dunque la legittimità ad operare riforme strutturali.

Una profonda riflessione su questo avrebbe dovuto condurre ad un diverso approccio e alla massima possibile condivisione. Il Governo invece l’ha imposta, non recependo praticamente nulla nei vari passaggi nelle Commissioni, votandola nelle aule parlamentari a maggioranza, addirittura con la fiducia. La Costituzione la cambia il Parlamento, non il Governo. I passaggi sono rientrati nell’ambito costituzionale, ma non basta una semplice maggioranza (piccola nei numeri, il 60%, e piccolissima in senso politico) per attuare una “riforma” attraverso una tale procedura forzata, nel merito, tale da aprire precedenti potenzialmente devastanti in caso di nuove maggioranze, che si sentiranno autorizzate a loro volta ad attuare cambiamenti, stravolgimenti anche maggiori.

E poi. Questa “riforma”, che tende, soprattutto con il combinato dell’attuale legge elettorale, ad accentrare il potere all’esecutivo, senza i doverosi contrappesi e controlli parlamentari, è stata imposta da subito come uno spartiacque, un divisorio tra il bene e il male, tra il noi e loro, tra il nuovo e il vecchio, tra la buona politica e l’antipolitica, la casta. Classico repertorio di cui non si sentiva né si sente il bisogno e che spesso offusca un doveroso confronto nel merito. Invece, e ce ne rattristiamo enormemente, ad usare questa linea è stato il premier nonché segretario del nostro partito. Il risultato: divisioni, attriti, polemiche, all’interno del partito, fin nei circoli, dove di fatto il confronto è stato negato sul nascere; e all’esterno, nel dibattito e nell’opinione pubblica nazionale. Il tutto, condito da un evidente deficit di informazione.

Una comunicazione tra l’altro, anche politica, fatta di slogan, di tweet, di post, tutti semplicistici, fuorvianti, di propaganda. Ma è la Costituzione che si cambia. E la Costituzione viene prima del Partito Democratico, di qualunque altra forza politica, delle tifoserie, prima di qualunque altra cosa che non siano i diritti e doveri dei cittadini e la difesa e tutela dei Beni Comuni.

Questi motivi sono già sufficienti per il nostro NO a questa “riforma” al prossimo referendum indetto per il 4 dicembre. E questo, al netto della nuova legge elettorale (e al netto di proposte, squisitamente tattiche e tardive, che rimarranno molto probabilmente tali  fino a dopo la data del referendum), di per sé comunque sbagliata, che manderà alla Camera una pattuglia di deputati composta in maggioranza da nominati dalle segreterie dei partiti, con un forte disequilibrio nei numeri riguardanti le quote dei premi di maggioranza. Legge elettorale sulla cui legittimità si pronuncerà la Corte Costituzionale.

La Costituzione è il patto fondamentale tra tutti i cittadini e lo è nella sua interezza. Essa non può essere spezzata né fatta oggetto di contrapposizione politica: la discussione delle prossime settimane e il voto popolare devono aiutare la ricomposizione di quella lacerazione che in Parlamento si è purtroppo consumata negli ultimi due anni, recuperando profondità e prospettiva.

Per quanto riguarda il nostro partito, rispettiamo la linea della attuale maggioranza, per il “SI”, anche se critichiamo la mancanza di un dibattito interno tra le due posizioni, negli organismi e nelle occasioni pubbliche. Riguardo il ruolo fiduciario svolto in Segreteria regionale, sarà cura del segretario Comi, con il quale finora abbiamo svolto insieme un lavoro proficuo e leale sin da dopo il congresso, adottare eventuali decisioni. Riteniamo che, qualora dovesse vincere il “NO”, non ci sarà nessun crollo dei fattori economici, né un futuro fosco e pregiudicato, ma le condizioni per riaprire un percorso finalmente inclusivo e aperto.

È sulla Costituzione che ognuno di noi è chiamato ad esprimere la propria opinione, libera e consapevole”.

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