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Maltratta genitori per avere droga, divieto di avvicinamento

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Polizia (foto d'archivio)

La Squadra Mobile fermana ha dato esecuzione alla misura cautelare della custodia in carcere per il reato di maltrattamenti, aggravando la preesistente misura cautelare del divieto di avvicinamento, nei confronti di un giovane italiano, venticinquenne, residente in provincia e già noto alle Forze dell’ordine.

Si tratta di una indagine intrapresa lo scorso agosto a fronte di una denuncia querela per maltrattamenti formalizzata dal padre del giovane, stanco della violenza perpetrata dal figlio nei suoi confronti e nei confronti della madre. Nella fattispecie l’uomo, emotivamente provato per la difficile situazione raccontava ai poliziotti di una non più sostenibile situazione familiare e di un rapporto esasperato dai problemi legati alla dipendenza dalle sostanze stupefacenti del figlio, disoccupato.

Dall’attività investigativa condotta e dall’ascolto dei testimoni emergeva una situazione molto difficile perché il figlio, tossicodipendente, avanzava continue richieste di denaro al padre e alla madre, verosimilmente per approvvigionarsi della sostanza stupefacente. L’Autorità Giudiziaria, riscontrando la difficile e grave situazione, emetteva a carico del soggetto la misura cautelare del divieto di avvicinamento con prescrizione di mantenersi ad una distanza minima di 300 metri, attraverso l’applicazione del braccialetto elettronico. Il giovane non avrebbe più dovuto avvicinarsi ai genitori e ai luoghi da questi ultimi abitualmente frequentati, nonché il divieto di comunicare con loro attraverso qualunque mezzo diretto e mediato. Il ragazzo, incurante di tale provvedimento, violava in più occasioni tale misura avvicinandosi ai genitori o cercando di contattarli telefonicamente.

Ad ogni violazione al suddetto divieto, il braccialetto elettronico applicato al giovane, generava un allarme che giungeva alla sala operativa della Polizia di Stato. L’operatore di servizio in quel momento, ricevuto l’allarme allertava immediatemente le pattuglie che intervenivano constatando la violazione e la paura dei suoi genitori. In ragione delle reiterate violazioni perpetrate dal ragazzo, il giudice per le indagini preliminari su richiesta del pubblico ministero titolare della attività di indagine aggravava la misura già esistente disponendo, per tale soggetto, la custodia in carcere.

 

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